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Democrazia partecipativa come metodo per gestire i beni comuni

(…) La democrazia partecipativa oggi ha bisogno di riscrivere il tema del consenso. Il consenso attivo dei cittadini non si esprime solo attraverso il voto, ma anche mediante azioni o intenzionali astensioni grazie alle quali gli atti di governo vengono confermati o respinti. La misura del consenso la si esercita nel quotidiano attraverso le forme della cittadinanza attiva: partiti, associazioni di volontariato, enti no profit, comitati, cittadini organizzati… Governati e governanti esercitano i loro ruoli nella distinzione ma anche nella capacità di interagire e di ascolto reciproco.

 

Questo processo interattivo complesso oggi è definito con un termine anglosassone: governance. Designa la somma dei molti modi in cui persone e istituzioni pubbliche e private trattano i loro problemi comuni. Non si tratta di un modello standardizzato, ma affronta questioni comuni armonizzando interessi diversi attraverso un’azione cooperativa. Nella governance la decisione è frutto del coinvolgimento di un numero ampio di soggetti, che vanno dalle istituzioni formali a iniziative informali, costruendo un sistema allargato. In questa logica si rende necessario fare spazio alle politiche pubbliche dei cittadini, che Giovanni Moro nel suo Manuale di cittadinanza attiva definisce come «l’insieme delle strategie, dei programmi e delle azioni che la cittadinanza elabora e mette in atto per contribuire a gestire un problema connesso alla tutela e allo sviluppo dei beni pubblici e dei beni comuni, in una logica di governance, cioè di sistema allargato di governo della realtà» .

La democrazia conosce una scala di partecipazione:

  • informare: serve affinché i cittadini abbiano una migliore comprensione della situazione (vi teniamo informati!);
  • consultare: significa ottenere informazioni dai cittadini (vi ascoltiamo!);
  • coinvolgere: operare insieme ai cittadini, le cui opinioni vengono prese in considerazione (le vostre opinioni contano!);
  • cooperare: identificare e scegliere insieme ai cittadini tra opzioni, ma il potere decisionale è comunque affidato all’autorità (abbiamo bisogno delle vostre opinioni e ci impegniamo a considerarle!);
  • trasferire il potere decisionale: i cittadini decidono (empowerment: metteremo in atto le vostre decisioni!).

 

La partecipazione permette così di coniugare sussidiarietà e solidarietà. Non a caso il CDSC pone questo principio tra i due. La partecipazione è il contrario del paternalismo e dell’assistenzialismo, perché fa del cittadino un soggetto attivo e responsabile, non un mendicante di esigenze sociali.
Terza conclusione: i beni comuni possono essere gestiti solo all’interno di una logica di partecipazione, la sola che può contrastare il predominio di quella contrattuale. Si tratta di salvaguardare criteri di gratuità e comunione nella loro gestione.
(…)

don Bruno Bignami
vice-rettore del Seminario di Cremona e Presidente della Fondazione don Primo Mazzolari

Rimini, 12 novembre 2011

 
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